Quando pensiamo a cosa possiamo fare e ci sembra che tutto sia troppo grande per noi, tra i tanti articoli che ci passano sotto gli occhi, arriva quello che ci sembra essere un segno. Leggendolo ci rendiamo conto di quante persone intraprendenti ci sono e che, singolarmente, un passo alla volta, fanno grandi cose senza nessun pregiudizio e senza paletti, senza neanche pensare  alla possibilità che, il  sogno che si sono prefissati,  non possa davvero realizzarsi.

Questo è il caso di Yacouba Sawadogo (nato in Burkina Faso forse 70 anni fa, forse qualcosa di più poiché non esiste anagrafe nelle campagne del suo paese e conta i suoi anni dal numero dei raccolti agricoli che lui si ricorda), che è convinto di poter recuperare i terreni colpiti dalla siccità, strapparli alla desertificazione perfezionando alcune tecniche di agricoltura tradizionale e, da circa 30 anni, appezzamento dopo appezzamento, albero dopo albero, vi riesce. 

Sawadogo non è stato sempre un agricoltore, studia lontano da casa ma l’amore per la sua terra lo riporta dove è iniziato tutto e torna per combattere il deserto e ridare al suo popolo prosperità. Non è cosa facile, infatti i suoi conterranei spesso lo ostacolano spaventati dal cambiamento. E il cambiamento che lui vuole produrre è la consapevolezza di una gestione poco oculata del territorio, difficile da modificare, ma non impossibile, che dà spazio al deserto: il pascolo eccessivo, il taglio degli alberi per ricavare legname per uso domestico che favorisce la rimozione di ostacoli all’acqua piovana utili ad impedire flussi eccessivi la rotazione delle colture insufficienti, la presenza di piante inadeguate, fanno sì che il deserto divori il territorio e la siccità in Burkina Faso diventi il primo fattore di abbandono di vastissime aree non più coltivabili da parte delle popolazioni locali.

Insieme a Mathieu Quédraogo, Yacouba Sawadogo consapevole dell’immenso lavoro che dovrà affrontare, porta avanti il suo progetto. Sono gli anni Ottanta e l’obiettivo prioritario è ridare la vita ai terreni oramai sterili con tecniche tradizionali unite alla sperimentazione e l’innovazione come ad esempio la costruzione di muri in pietra per rallentare l’acqua piovana al fine di consentirne un migliore assorbimento e rendere così i terreni più morbidi, la costruzione di pozzi per la conservazione del suolo, dell’acqua e della biomassa chiamati “zai”, la creazione di fosse riempite di materiali che favoriscono la coltivazione di piante più resistenti al clima secco. 

Il suo lavoro riesce a trasformare la terra arida in un luogo vivo e fertile, a fermare il deserto piantando alberi dimostrando come gli agricoltori possano fare molto per rigenerare il suolo usando in modo innovativo tecniche tradizionali locali. 

Sawadogo con questo metodo dà nuova vita tra il Burkina Faso e il Niger a 40 ettari di foreste, e oggi, in questo territorio, crescono oltre 60 specie di alberi e cespugli, un risultato davvero notevole per un solo “contadino” del Sahel. Grazie alla conservazione dell’acqua attraverso gli zai, la scelta di piantare gli alberi insieme alle colture al fine di arricchire il terreno, produrre foraggi e sviluppare attività come l’apicoltura, come un sasso lanciato nello stagno, Sawadogo produce conseguenze positive a livello socio – culturale tra le quali l’adattamento dei contadini ai cambiamenti climatici, la riduzione della povertà e la prevenzione di conflitti locali per le risorse idriche.

 Diventa famoso, non che questo sia mai stato il suo obiettivo primario, grazie al documentario pluripremiato – ben 7 i premi cinematografici conquistati –  “The Man Who Stopped the Desert” del regista Mark Dodd. La sua storia fa il giro del mondo e viene insignito, proprio in questi giorni, del premio Right Livelihood Award. 

Sawadogo si dice onorato di averlo ricevuto, sia perché questo lo aiuterà ad andare avanti nel suo progetto di proteggere flora e fauna, sia perché, con il suo lavoro, potrà ispirare altri uomini e donne a riappropriarsi dei saperi della propria tradizione al fine di riscattare la terra scippandola al deserto e restituendo alle popolazioni autoctone il diritto di viverla e di abitarla. E noi siamo stati ispirati da questo uomo, tanto umile quanto grande,  per la sua capacità di non aver mai messo in dubbio di potercela fare, e perché ci fa capire che anche un uomo, da solo, può davvero fare la differenza.