Agitu Idea Gudeta - la sporta

La ragazza delle capre felici

Yacouba Sawadogo

L’uomo senza età che combatte il deserto…

Quando pensiamo a cosa possiamo fare e ci sembra che tutto sia troppo grande per noi, tra i tanti articoli che ci passano sotto gli occhi, arriva quello che ci sembra essere un segno. Leggendolo ci rendiamo conto di quante persone intraprendenti ci sono e che, singolarmente, un passo alla volta, fanno grandi cose senza nessun pregiudizio e senza paletti, senza neanche pensare  alla possibilità che, il  sogno che si sono prefissati,  non possa davvero realizzarsi.

Questo è il caso di Yacouba Sawadogo (nato in Burkina Faso forse 70 anni fa, forse qualcosa di più poiché non esiste anagrafe nelle campagne del suo paese e conta i suoi anni dal numero dei raccolti agricoli che lui si ricorda), che è convinto di poter recuperare i terreni colpiti dalla siccità, strapparli alla desertificazione perfezionando alcune tecniche di agricoltura tradizionale e, da circa 30 anni, appezzamento dopo appezzamento, albero dopo albero, vi riesce. 

Sawadogo non è stato sempre un agricoltore, studia lontano da casa ma l’amore per la sua terra lo riporta dove è iniziato tutto e torna per combattere il deserto e ridare al suo popolo prosperità. Non è cosa facile, infatti i suoi conterranei spesso lo ostacolano spaventati dal cambiamento. E il cambiamento che lui vuole produrre è la consapevolezza di una gestione poco oculata del territorio, difficile da modificare, ma non impossibile, che dà spazio al deserto: il pascolo eccessivo, il taglio degli alberi per ricavare legname per uso domestico che favorisce la rimozione di ostacoli all’acqua piovana utili ad impedire flussi eccessivi la rotazione delle colture insufficienti, la presenza di piante inadeguate, fanno sì che il deserto divori il territorio e la siccità in Burkina Faso diventi il primo fattore di abbandono di vastissime aree non più coltivabili da parte delle popolazioni locali.

Insieme a Mathieu Quédraogo, Yacouba Sawadogo consapevole dell’immenso lavoro che dovrà affrontare, porta avanti il suo progetto. Sono gli anni Ottanta e l’obiettivo prioritario è ridare la vita ai terreni oramai sterili con tecniche tradizionali unite alla sperimentazione e l’innovazione come ad esempio la costruzione di muri in pietra per rallentare l’acqua piovana al fine di consentirne un migliore assorbimento e rendere così i terreni più morbidi, la costruzione di pozzi per la conservazione del suolo, dell’acqua e della biomassa chiamati “zai”, la creazione di fosse riempite di materiali che favoriscono la coltivazione di piante più resistenti al clima secco. 

Il suo lavoro riesce a trasformare la terra arida in un luogo vivo e fertile, a fermare il deserto piantando alberi dimostrando come gli agricoltori possano fare molto per rigenerare il suolo usando in modo innovativo tecniche tradizionali locali. 

Sawadogo con questo metodo dà nuova vita tra il Burkina Faso e il Niger a 40 ettari di foreste, e oggi, in questo territorio, crescono oltre 60 specie di alberi e cespugli, un risultato davvero notevole per un solo “contadino” del Sahel. Grazie alla conservazione dell’acqua attraverso gli zai, la scelta di piantare gli alberi insieme alle colture al fine di arricchire il terreno, produrre foraggi e sviluppare attività come l’apicoltura, come un sasso lanciato nello stagno, Sawadogo produce conseguenze positive a livello socio – culturale tra le quali l’adattamento dei contadini ai cambiamenti climatici, la riduzione della povertà e la prevenzione di conflitti locali per le risorse idriche.

 Diventa famoso, non che questo sia mai stato il suo obiettivo primario, grazie al documentario pluripremiato – ben 7 i premi cinematografici conquistati –  “The Man Who Stopped the Desert” del regista Mark Dodd. La sua storia fa il giro del mondo e viene insignito, proprio in questi giorni, del premio Right Livelihood Award. 

Sawadogo si dice onorato di averlo ricevuto, sia perché questo lo aiuterà ad andare avanti nel suo progetto di proteggere flora e fauna, sia perché, con il suo lavoro, potrà ispirare altri uomini e donne a riappropriarsi dei saperi della propria tradizione al fine di riscattare la terra scippandola al deserto e restituendo alle popolazioni autoctone il diritto di viverla e di abitarla. E noi siamo stati ispirati da questo uomo, tanto umile quanto grande,  per la sua capacità di non aver mai messo in dubbio di potercela fare, e perché ci fa capire che anche un uomo, da solo, può davvero fare la differenza.

Cambiamenti climatici

Allarme clima cosa possiamo fare ora

Nelle ultime due settimane si è parlato, forse ancora troppo poco, del “Summary for policymakers” redatto dalla Ipcc (la Commissione Onu sul cambiamento climatico) durante il meeting di Incheon nella Corea del Sud e pubblicato online l’8 ottobre scorso. Trenta pagine che denunciano la catastrofe nei prossimi dodici anni se la popolazione mondiale non cambierà radicalmente la politica dei propri governi e continuerà a sottovalutare l’allarme. Sembra la sceneggiatura un film di categoria B in cui, i protagonisti, si trovano a mettere riparo alla cecità di anni di distrazione e di mal gestione delle risorse. Tre anni prima molti governi firmano l’Accordo di Parigi chiedendo all’IPCC di lavorare sul rapporto sugli impatti di un riscaldamento a +1,5 e sui livelli di emissioni di gas serra al fine di avere delle risposte reali sul futuro prossimo della terra per supportare le politiche sul cambiamento climatico, tre anni dopo, a ricerca conclusa, il mondo si divide in due: tra chi cerca disperatamente delle alternative e chi nega la realtà spingendo ancora su politiche che portano all’inesorabile devastazione. Di fatto, il finale se vogliamo abbia un happy end può essere riscritto solo da tutti gli sceneggiatori del mondo – l’intera popolazione mondiale – facendo marcia indietro e anticipando velocemente al fine di riportare e mantenere il clima entro 1,5 e stare dentro i 2 gradi sapendo che, già oggi, le temperature medie sono salite di 1 grado rispetto ai livelli pre-industriali.
 
Per arrivare al rapporto ci sono voluti ben due anni di lavoro svolti da 91 ricercatori provenienti da 44 Paesi, che hanno esaminato a loro volta oltre seimila studi di fattibilità – impatti e costi – e valutato 42mila recensioni di colleghi e governi. Per mantenere il clima entro l’1,5 grado,  lo studio propone a gran voce le misure urgenti da attuare subito quali il taglio di emissioni da un lato e la rimozione della CO2 dall’altro indicando le azioni reali da adottare per non superare la soglia. Per il taglio di emissioni sono contemplati il passaggio repentino alle energie rinnovabili e ai veicoli elettrici, l’efficienza energetica, il riciclo rifiuti e la riduzione del consumo di carne, per combattere l’aumento delle temperature i paesi dovranno tagliare radicalmente le emissioni – rispetto il 2010 – ben del 45% entro il 2030 e ridurle a zero entro il 2050 tramite azioni quali la riforestazione, l’applicazione della tecnologia chiamata “bio-energy with carbon capture and storage” che prevede la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica in eccesso nell’atmosfera.
 
I governi dunque sono chiamati ad operare attivamente al cambiamento e noi cosa possiamo fare dal basso? Ricordarci che “nel nostro piccolo” possiamo chiedere attivamente con la nostra presenza a chi ci governa di considerare necessarie e urgenti le azioni proposte e contribuire al cambiamento adottando le giuste pratiche e uno stile di vita più sano già da ora. Possiamo scegliere cosa acquistare e quanto consumare, cambiare la nostra percezione del mondo da chiuso e individualista a un tutto organico da cui non ci si può sottrarre o nascondere. Le grandi migrazioni al centro del dibattito politico odierno ad esempio non sono solo il prodotto di alterazioni dei quadri politici delle singole nazioni di provenienza – comunque provocate dall’uomo negli ultimi secoli – ma sempre più spesso, dagli effetti del cambiamento climatico che hanno provocato siccità, carestie ed epidemie e che– come ha stimato l’Organizzazione Metereologica Mondiale nel 2016 – hanno portato ben 23 milioni di persone ad abbandonare la loro terra. L’idea che i problemi climatici non ci appartengano è solo un’illusione: nel 2018 ondate di calore hanno colpito il Giappone, il Canada e la Svezia, senza contare le catastrofi sempre più presenti nel nostro paese, la siccità della scorsa estate così come le inondazioni sempre più presenti e devastanti nel nostro paese. Il cambiamento climatico repentino è un monito per cambiare radicalmente il nostro approccio con la vita del pianeta e le sue risorse, quello che ci sta chiedendo il nostro pianeta è rispetto, se non lo recuperiamo assisteremo alla nostra estinzione e questo, purtroppo, non è un film ma il nostro presente.
La nostra tavola sempre più bio

La nostra tavola sempre di più BIO

Oramai è chiaro, la nostra tavola è sempre più bio. Se vogliamo parlare di numeri otto consumatori su dieci, in Italia quest’anno, hanno acquistato prodotti biologici. Di questi 8, il 42% compra bio ogni settimana non solo per la salute,  la qualità e la certificazione,  ma perché ritenuto il metodo più rispettoso per l’ambiente. 
I dati sono davvero “freschi di giornata“, comunicati dall’Osservatorio SANA 2018,  sono stati presentati nell’ambito del  Salone internazionale del biologico e del naturale, giunto alla sua trentesima edizione e che si è chiuso questo 10 settembre
Acquistare biologico è, per gli intervistati dall’Osservatorio Sana, ogni giorno di più, “ una scelta consapevole e informata e,1 italiano su 2, stando alla ricerca, predilige i prodotti biologici perché li ritiene “esattamente quelli che voglio”Per il 52% degli intervistati la scelta è dettata da ragioni salutistiche, ma non mancano quelli che mettono al primo posto la garanzia di sicurezza e qualità offerta da questo genere di merci (47%) e quelli che scelgono bio perché ritenuto più rispettoso dell’ambiente (26%)”.
Ma quali sono i prodotti bio che amiamo di più? 
Nel nostro carrello possiamo trovare soprattutto la frutta e la verdura (scelte dal 61% dei consumatori), il latte e i suoi derivati (57%) e le uova (53%). 
Se vogliamo parlare di numeri, l’indagine sui consumatori sottolinea una domanda di prodotti biologici sempre in maggiore crescita, per un totale di 5.612 milioni di euro (+8% rispetto al 2016), 3.552 milioni dei quali riconducibili al solo mercato domestico (+8%, var % 2017 vs 2016).

Nonostante ciò, i soldi pubblici in agricoltura sostengono ancora in modo massiccio l’agricoltura industriale e l’uso dei pesticidi a discapito del biologico che, ad oggi,  copre quasi il 15% delle superfici agricole italiane, a cui viene destinato meno del 3% dei finanziamenti europei e nazionali. 

 
In pratica, molto brutalmente, “chi inquina viene sovvenzionato” come denuncia, a pieni polmoni, il Rapporto “Cambia la Terra. Così l’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre che il Pianeta)” presentato in occasione di SANA 2018. Cambia la terra – No ai pesticidi, sì al biologico è un progetto di informazione e sensibilizzazione fortemente voluto da FederBio con Isde- Medici per l’ambiente, Legambiente, Lipu e WWF. 
Denuncia che “all’agricoltura che usa pesticidi, diserbanti e fertilizzanti sintetici va la quasi totalità delle sovvenzioni: la politica agricola comunitaria sovvenziona per il 97,7% l’agricoltura convenzionale, e se si aggiungono i fondi italiani si ottiene che al biologico, che rappresenta il 14,5% della superficie agricola coltivata del nostro Paese, va il 2,9% delle risorse. “Anche senza tirare in causa i costi consistenti che l’utilizzo della chimica di sintesi e quindi l’inquinamento provocano sulla nostra salute e su quella dell’ambiente – dicono i promotori del Rapporto – è evidente che si tratta di una palese inversione della regola chi inquina paga“.
Se questo rimaneva un po’ indigesto prima che il biologico prendesse piede, oggi davvero non è più tollerabile. Significa  che il cliente “che ha sempre ragione” e comincia  a mettere finalmente e consapevolmente al primo posto per la propria salute e la salute dell’ambiente, non viene ascoltato.
Secondo il Rapporto “la maggior parte delle risorse destinate all’agricoltura viene ancora usata per finanziare il modello agricolo basato sull’uso di concimi e pesticidi di sintesi chimica. In percentuale le risorse dedicate all’agricoltura biologica, seppure in crescita rispetto al passato, sono inferiori alla media che spetterebbe al settore in base alla Superficie Agricola Utilizzata (SAU) biologica.
L’Ufficio Studi della Camera dei Deputati,conta che su 41,5 miliardi di euro destinati all’Italia, all’agricoltura biologica vanno appena 963 milioni di euro. In altri termini, il bio – che rappresenta il 14,5% della superficie agricola utilizzabile – riceve il 2,3% delle risorse europeein termini puramente aritmetici, circa sei volte meno di quanto gli spetterebbe e che è già in proporzione molto poco. Non c’è nessuna differenza se ai dati dei fondi europei sommiamo il cofinanziamento nazionale per l’agricoltura, pari a circa 21 miliardisu un totale di fondi europei e italiani di circa 62,5 miliardi, la parte che va al biologico è di 1,8 miliardi, il 2,9% delle risorse.
E oltre all’inganno anche la beffa, non è il modello agricolo ad alto impatto ambientale a farsi carico della tutela degli ecosistemi con cui interagisce, ma sono gli operatori del biologico a sopportare i costi prodotti dall’inquinamento causato dalla chimica di sintesi e che non sono davvero pochi: sui campi dove non si usa la chimica occorre più lavoro e più impegno e più risorse che attualmente sono quasi totalmente a carico degli agricoltori. I costi di certificazione, burocratici (ancora più alto che per gli agricoltori convenzionali), della maggiore quantità di lavoro necessaria a produrre in maniera efficace e a proteggere il raccolto dai parassiti senza ricorso a concimi di sintesi e diserbanti, nonché i costi della fascia di rispetto tra i campi coltivati con metodo convenzionale e campi coltivati con metodo biologico biologico. 
Se vogliamo metterci il carico da 100, quantificando le ripercussioni sul piano sanitario questi i numeri (da brivido): secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità “nel mondo si contano oltre 26 milioni di casi di avvelenamento da pesticidi all’anno e 258.000 decessi. In pratica 71.232 persone ogni giorno restano intossicate in maniera acuta dai pesticidi e 706 persone muoiono (Prüss et al., 2011) oltre al fatto che, è oramai certificato, l’agricoltura industrializzata che usa chimica di sintesi è sia imputata sia vittima del cambiamento climatico: secondo un rapporto dell’IPCC, il panel di esperti ONU, le anomalie climatiche potranno provocare una riduzione della produttività agricola su scala globale compresa tra il 9 e il 21% da qui al 2050, mentre l’agricoltura viene ritenuta responsabile dell’11% delle emissioni di gas serra a livello globale”.
Mentre l’agricoltura biologica è un importante strumento per la lotta ai cambiamenti climatici grazie al ruolo fondamentale che questa  riveste nel sequestrare anidride carbonica dall’ambiente e nel restituire la fertilità ai suoli combattendo attivamente fenomeni come la desertificazione, l’erosione dei suoli e l’effetto serra, ribadendo con forza, che uno dei primi obiettivi di questa agricoltura è quello di ridare fertilità alla terra
In altre parole,  i dati denunciano che gli italiani e gli europei  pagano per sostenere pratiche agricole che non riconoscono più valide, non appoggiano e rifiutano, consapevoli dei danni sull’ambiente e sulla salute, a partire da quella degli agricoltori stessi. 
Quello che ci colpisce, è che, in un mercato in profondo cambiando che chiede consapevolmente il biologico, questo sistema attraverso i massicci finanziamenti, premi ancora l’agricoltura industriale che avvelena e impoverisce la terra. Sarebbe opportuno, a breve, che si interrompesse il flusso di incentivi all’inquinamento, che rende gli agricoltori italiani, ed europei, nonché i consumatori, vittime di un meccanismo perverso e totalmente scollato dalle realtà.
piadina-ai-grani-antichi

La piadina ai grani antichi

Continuiamo a panificare, per chi volesse rimanere leggero e ha bandito il pane dalla propria dieta, proponiamo una ricetta “alternativa” e meno impegnativa con i grani antichi: la piadina.

Ingredienti:  200 gr di farina tipo 1 di grani antichi, 100 ml di acqua calda, 35 gr di olivo extravergine di oliva, 2 cucchiai di semi di sesamo, qualche rametto di rosmarino, 1 cucchiaino di paprika, 1 cucchiaino di sale

Preparazione: Tostiamo in una padella i semi di sesamo a fiamma molto bassa. Lasciamo raffreddare. Riduciamo in pezzetti il rosmarino. Mescoliamo in una ciotola la farina con la paprika, il rosmarino, i semi di sesamo tostati e sale quanto basta. Aggiungiamo l’olio e l’acqua calda e lavoriamo la pasta per 10/15 minuti  con movimenti dal basso verso l’alto, ripiegando la pasta su se stessa in modo da incorporare aria.

A lavorazione terminata formiamo una sfera, la ungiamo con un filo d’olio e, coperta, in una ciotola, la lasciamo riposare per circa mezz’ora. Finito il tempo di riposo, dividiamo la pasta in quattro parti. Spolveriamo la spianatoia di farina e, lavorando di mattarello, creiamo piadine tonde molto sottili.

Riscaldiamo una padella piatta e adagiamo delicatamente la piadina lasciandola cuocere per pochi minuti, quando la piadina comincerà a fare le bolle e si staccherà la possiamo girare. Se non la vogliamo croccante ma morbida per poterla farcire, non lasciamola sul fuoco troppo a lungo. Ripetiamo la stessa operazione per le altre piadine. Per la farcia possiamo sbizzarrirci! Ottime, verdure verdi stufate, pomodorini, formaggi  e quant’altro…

Ma per tutti buon appetito da La sPorta

grani-antichi-lasporta

I sapori della nostra terra: i grani antichi

Quando acquistiamo la farina, generalmente prendiamo quella di grano tenero, la bianca tipo 0 o 00, per intenderci. Non tutti sanno però che, per poterla produrre su larga scala, il grano da cui si ricava è stato selezionato e modificato negli anni e questo lo ha reso molto povero sul lato nutrizionale.

Ecco che, riscoprire i grani antichi può essere un’alternativa molto valida da portare in tavola per mangiare meglio e riconquistare i valori nutritivi perduti. Le loro spighe solo alte con sfumature scure e chicchi irregolari. Non vengono lavorate a livello intensivo e tutto ciò giustifica anche un prezzo di vendita più alto, a fronte però di un prodotto più sano e genuino.

Un plauso va a a chi ha scelto di produrre questi prodotti affrontando i colossi del mercato, la riscoperta dei grani antichi è merito di piccoli produttori agricoli che ogni giorno affrontano la concorrenza e scelgono si produrre grani d’eccellenza anche se spesso non conviene loro. Come Davide contro Golia, chi li produce è consapevole che, oltre alla vendita c’è molto di più: dare al consumatore la certezza di qualità oltre che tutelare la storia, la cultura e la biodiversità del nostro territorio che altrimenti andrebbero a scomparire. Acquistare grani antichi è un ottimo metodo per scegliere la filiera corta e conoscerne la provenienza.  Ovviamente, data la varietà dei grani antichi, è consigliabile prediligere e acquistare quelli tipici del proprio territorio.

Il Senatore Cappelli,  la Tumminia, il Grano Monococco, il Gentil Rosso, il Saragolla, la Verna, il Biancolilla, il Bidì, il Rieti, il Maiorca, il Persacci e il Russello,  soltanto per citarne alcuni, sono i baluardi delle tradizioni alimentari italiane, vengono infatti prodotti localmente e ogni terra ha la sua cultura e il suo grano da sempre.

I grani antichi non sono di facile reperibilità. Si trovano nei negozi di alimentazione biologica – o via e-commerce, nei mercati contadini e artigianali, o sono direttamente acquistabili nelle aziende agricole su territorio. La mancanza di modificazioni è il motivo principe per cui bisognerebbe consumarli più spesso, rendono meno e perciò sono un po’ più cari sul mercato, ma il prodotto risulta essere più sano e genuino. La loro lavorazione rimane quella di un tempo con la macina in pietra, la farina prodotta è meno raffinata e si presenta semi-integrale. I grani antichi, a differenza dei prodotti modificati, hanno un rapporto più equilibrato di amido e glutine e quest’ultimo si presenta nei chicchi in percentuale minore rispetto ai prodotti modificati rendendoli  più digeribili e assimilabili rispetto agli industriali. Si differenziano anche nel sapore e nel profumo più intenso. Consumando grani antichi, variando la propria dieta con cereali senza glutine, si scongiura o quanto meno si allontana, la possibilità di sviluppare intolleranza al glutine. Purtroppo, dobbiamo sfatare un mito: i celiaci, così come non possono consumare grano modificato e lavorato, non possono neppure inserire grani antichi nella propria alimentazione.

5 ottime ragioni per consumare grani antichi:

Non hanno subito alterazioni: in passato i contadini sceglievano di anno in anno il grano migliore per poi coltivarlo l’anno seguente. Questo approccio è stato ripristinato da chi sceglie oggi la coltivazione dei grani antichi, sono dei veri e propri “custodi” che seminano queste rarità botaniche dedicando una parte dei loro terreni impegnandosi nella ricerca storica e a mantenere la purezza del seme. La riscoperta dei grani antichi è merito dunque dei piccoli agricoltori che scelgono di affrontare la concorrenza del grande mercato anche se spesso non gli conviene per l’amore della tradizione e la qualità.

Sono meno raffinati, più digeribili e pregiati: i grani antichi vengono lavorati con la macina a pietra, la farina dunque è anch’essa meno raffinata rispetto al procedimento industriale e, nell’intera filiera di produzione, la qualità risulta migliore e più pregiata. Semi-integrali, dal colore, sapore e profumo più intensi, sono molto più digeribili e assimilabili poiché mantengono un rapporto equilibrato tra amido e glutine a differenza del grano moderno che, nelle sue molteplici manipolazioni, ha moltiplicato la presenza di glutine nelle farine lavorate.

Limitano le intolleranze: negli ultimi anni si è riscontrata una crescita di sensibilità al glutine probabilmente dovuta ad un consumo eccessivo di questa proteina. Variando la dieta con cereali senza glutine si allontana la possibilità di sviluppare intolleranze. I celiaci purtroppo non potranno consumare  prodotti derivati dai grani antichi, come per il grano moderno, la presenza di glutine è sicuramente minore ma è comunque presente.

Sostengono la filiera corta: acquistare grani antichi significa scegliere la filiera corta e sapere la provenienza del prodotto prediligendo la varietà presente sul proprio territorio.

Tutelano la biodiversità: la varietà e mescolanza, nel coltivare i grani antichi,  innescano una selezione naturale che fortifica le spighe senza aiuti chimici, si adatta alle condizioni ambientali, all’esposizione e alla composizione del terreno. Il loro recupero è nato dall’esigenza di salvaguardare le nostre tradizioni, il nostro paesaggio, nonché arricchire la biodiversità di un’agricoltura che negli ultimi decenni ha ridotto a poche specie il frumento nel Bel Paese (come ad esempio in Sicilia, uno dei granai dell’Impero Romano) nonché i semi che, per i costi di produzione più elevati a fronte di una resa più bassa, rischiano di scomparire per sempre con la nostra storia.

permacultura-lasporta.it

Il sistema agricolo sostenibile: la permacultura

“Le strategie “dal basso verso l’alto” più rilevanti partono dall’individuo e si sviluppano attraverso l’esempio e l’emulazione fino a generare cambiamenti di massa. La permacultura – per quanto complementare a molti approcci “dall’alto verso il basso” all’interno del movimento ambientalista – non ha come obiettivo principale quello di far pressione su governo e istituzioni per cambiare la politica, ma quello di permettere a individui, famiglie e comunità locali di accentuare la loro autosufficienza e autoregolazione. […] Tale approccio si basa sulla consapevolezza che una parte della società è pronta, disponibile e in grado, sostanzialmente – questo è ancora più significativo – di cambiare il proprio comportamento, se crede che ciò sia possibile e rilevante. Questa minoranza socialmente ed ecologicamente motivata rappresenta la chiave di volta di un cambiamento su larga scala.”

David Holmgren, Permacultura, dallo sfruttamento all’integrazione. Progettare modelli di vita etici, stabili e sostenibili

Se vogliamo conoscere un po’ di più il mondo che ruota intorno all’agricoltura biologica, non possiamo fare a meno di approfondire parlando della “permacoltura”. Questa parola è stata “recuperata” negli anni ’70 da Bill Mollison e David Holmgren per descrivere un sistema integrato ed evolutivo di specie vegetali ed animali auto-perpetuante utili all’uomo. Il concetto infatti era già noto nel 1911, poiché coniato da Franklin Hiram King nel suo libro Farmers of Forty Centuries: Or Permanent Agriculture in Chinr, Korea and Japan.

Permacultura nasce dall’unione di due parole “permanent agriculture” e la sua definizione più corretta può essere così sintetizzata: “terreni progettati coscientemente in modo da riprodurre gli schemi e le relazioni presenti in natura, in grado di produrre abbondanza di cibo, fibre ed energia al fine di provvedere ai bisogni locali” e lo stesso Hiram partiva proprio dalla definizione di un sistema agricolo totalmente autosufficiente sostenibile per un tempo illimitato.
Mollison e Holmgren, recuperando questo sistema, consapevoli che l’uomo non può sopravvivere senza abbracciare un’agricoltura sostenibile e soprattutto una gestione etica della terra, hanno applicato praticamente  la teoria sviluppando diverse scienze ecologiche – attingendo da varie aree di interesse quali architettura, biologia, selvicoltura, agricoltura e zootecnia – aprendo la strada ad orizzonti progettuali innovativi.
In Australia, a partire dal 1974, Mollison e Holmgren cominciano a sviluppare un quadro di riferimento per un sistema agricolo sostenibile, incentrandolo su una policoltura a base di specie arboree perenni, arbusti, specie erbacee, funghi e sistemi radicali. Questo metodo include la progettazione di insediamenti umani che possano ridurre il lavoro necessario per mantenerli, gli scarti e l’inquinamento e contemporaneamente preservare ed  incrementare naturalmente la fertilità dei terreni e la biodiversità.
Questa metodologia di progettazione, che ha compiuto i suoi primi 50 anni,  ha dato e dà,  come risultato,  un ambiente  equilibrato e sostenibile. Applicando i suoi principi e le strategie ecologiche, si è vista la possibilità reale del ripristino dell’equilibrio dei sistemi alla base della vita: dalla conservazione consapevole degli ecosistemi produttivi, nel rispetto della diversità, alla stabilità e alla flessibilità degli ecosistemi naturali. La permacultura, nata come sistema di progettazione del territorio che integra l’uomo con l’ambiente armoniosamente ha, come obiettivo prioritario, la realizzazione di insediamenti duraturi, il più possibile vicini agli ecosistemi naturali, rispettando la morfologia, il clima, il terreno la vegetazione e gli esseri viventi che vi abitano, sviluppando uno stile di vita non predatorio ma volto al sostegno reciproco tra tutti questi elementi.
Il risultato è un sistema di grande valore etico, sostenibile nel tempo, un processo che va ad intaccare strategie economiche e strutture sociali consolidate producendo profondi cambiamenti socio-culturali. ll metodo della permacultura si è diffuso in tutto il mondo a partire dagli anni ottanta, nel 2002 si contavano 100.000 realtà in tutto il mondo. Ancora troppo poche rispetto a ciò che si potrebbe fare forse perché la cultura volta al consumismo è profondamente radicata e forse perché poco incentivata dalle autorità politiche globali e locali.  Nonostante ciò possiamo leggere i risultati di anni di sperimentazione grazie ad una vasta bibliografia che opera al fine di promuovere queste tecniche volte al cambiamento.
L’opera di Mollison e Holmgren può essere così sintetizzata:
La crisi ambientale – è un problema reale e di tali dimensioni che le trasformazioni – in peggio – della civiltà moderna non potranno mancare creando devastanti conseguenze e mettendo in serio pericolo il benessere e la stessa sopravvivenza della popolazione mondiale, in costante aumento.
L’impatto globale sull’ambiente – quello già presente e quello futuro – dato dalla crescita esponenziale della società industriale e della popolazione –  sulla  biodiversità sarà sicuramente molto più vasto e repentino dei cambiamenti registrati negli ultimi secoli.
L’uomo, come ogni altro essere vivente, è soggetto alle stesse leggi scientifiche che governano l’universo materiale e l’evolutive, prime fra tutte quelle relative al bilancio energetico.
Lo sfruttamento dei combustibili fossili  – e il suo probabile esaurimento nel tempo –  è la prima causa della sovrappopolazione mondiale, delle conquiste tecnologiche che governano la società moderna, e nonostante sia difficile prevedere gli sviluppi della società umana successivi all’esaurimento di tali risorse energetiche, è indubbio che i prossimi decenni vedranno il ritorno ai modelli culturali preindustriali più vicini alla natura e a modelli sociali dipendenti da energie e risorse rinnovabili.
Biodiversità-quanto abbiamo perso

Biodiversità… cosa abbiamo perso

L’aumento della produzione agricola e una politica globale profondamente legata ai profitti, nell’ultimo secolo hanno portato a sacrificare razze animali e piante, che nel tempo si sono estinte. La perdita, nella sola agricoltura è stata davvero pesante: il 75% di varietà vegetali preesistenti sono sparite, e ad oggi, tre quarti dell’alimentazione mondiale, è sostenuta da appena 12 specie vegetali e 5 specie animali. Possiamo citare alcuni esempi al fine di far capire la ricchezza in natura inestimabile che abbiamo perso consapevolmente: delle 7100 varietà di mela che crescevano negli Stati Uniti nell’Ottocento, 6800 non si trovano più. Così come il 95% delle 500 varietà di fagioli e l’81% dei più dei 400 tipi di pomodoro. Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, lo sviluppo dell’agricoltura cosiddetta “industriale” ha visto un uso sempre maggiore della chimica per la sintetizzazione di pesticidi indiscriminato, oseremmo dire, che ha portato alla perdita delle capacità di adattamento ai cambiamenti ambientali e alla perdita della biodiversità che prima riusciva a convivere grazie ad una diversa tipologia di coltivazione che non prevedeva nessun metodo invasivo sull’ambiente.

Oggi, l’agricoltura biologica, alla quale ci si approccia sempre di più, salvaguarda, tutela ed incrementa la diversità genetica delle piante e degli animali proprio attraverso tecniche di produzione e gestione aziendale, come l’uso degli artropodi in agricoltura, che hanno come priorità il rispetto di tutto l’eco-sistema restaurando un equilibrio che mantiene in vita molte specie a bassi livelli di densità, al contrario dei moderni prodotti chimici esistenti che, indistintamente, riducono sia gli organismi realmente dannosi alle colture, sia specie innocue, come le api, fondamentali per l’impollinazione. Ma il danno non finisce qui, poiché, ad opera di queste sostanze, a morire non saranno solo i piccoli organismi ma anche tutti quegli animali che fanno parte della catena alimentare superiore, (la cosiddetta catena trofica) come ad esempio gli uccelli insettivori che non trovano cibo e quando lo trovano accumulano veleni e tossine.

L’uso dei pesticidi chimici, un vasto e diversificato gruppo di sostanze – insetticidi, fungicidi, erbicidi, ratticidi, larvicidi, repellenti, disinfettanti – usati al fine di migliorare la resa dei raccolti, oltre a ridurre la biodiversità, ha portato ad un aumento delle specie infestanti e, il suo uso nel tempo, sempre più inefficace. L’aumento della resistenza dei parassiti ai pesticidi induce ad un incremento delle dosi, alla ricerca di nuovi prodotti aumentando i costi per gli agricoltori e i consumatori, solo parlando di api, i costi prodotti dalla mancata impollinazione delle piante tocca quasi il 10% della produzione agricola mondiale, un valore stimato pari a 153 miliardi di euro. Il tasto dolente però rimane quando buttiamo lo sguardo sui costi legati alla salute, dati da intossicazioni acute, manifestazioni patologiche croniche, malformazioni, allergie, immunizzazioni forzate, antibiotici e ormoni propinati inconsapevolmente a cui dobbiamo dare conto. L’alternativa più plausibile dunque rimane l’agricoltura biologica che sfrutta i rapporti di competizione esistenti in natura come ad esempio le coccinelle per la lotta agli afidi. E poi ancora piccoli accorgimenti (magari un po’ più in grande) che sono sempre esistiti e hanno sempre funzionato: l’uso della rotazione delle colture, l’eliminazione di piante infette, l’uso di pesticidi non tossici naturali selettivi. Infine, semplicemente seguire i ritmi naturali come si è sempre fatto. Ritornare sui nostri passi e riconsiderare vecchie tecniche rimane, la risposta più giusta per un’eco-sistema già perfetto in natura che dobbiamo ricominciare a rispettare.

Agricoltura-biologica-cos'è-lasporta

In parole povere l’agricoltura biologica cos’è?

In vertiginosa crescita negli ultimi anni, ad oggi, l’agricoltura biologica viene considerata un modello equilibrato per lo sviluppo delle coltivazioni, fondamentale nella lotta ai cambiamenti climatici e per la riduzione sull’impatto antropogenico, oltre che un modo per mangiare sano. Lavorare la terra scegliendo l’agricoltura biologica è, come per chi consuma prodotti biologici, una vera e propria “scelta per la vita”, una filosofia che recupera spesso tecniche antiche e collaudatissime poco invasive per l’ambiente e per la salute.

Ma cosa la distingue dall’agricoltura che noi conosciamo?

La trasparenza di tutti i cicli della filiera di produzione agroalimentare bio che dànno modo al consumatore di essere più consapevole coinvolgendolo “dal basso” ad un cambiamento etico nei confronti dei consumi. In questi ultimi anni il consumatore è diventato un soggetto attivo che produce “grandi” cambiamenti etici nel mercato grazie alle proprie scelte di acquisto. Molte aziende si convertono perché le persone prendono coscienza sempre di più che siamo ciò che mangiano soprattutto in un contesto globale in cui il rispetto dell’ambiente è divenuto prioritario.

L’azienda agricola biologica, facendo propria questa filosofia, è un vero e proprio microcosmo che opera a ciclo chiuso e dunque una macchina perfetta che viaggia solo grazie alle sue molteplici risorse. Nulla è dato dal caso e ogni elemento che ne fa parte mantiene salda la relazione con l’habitat che lo circonda, al fine di permettere la sopravvivenza di uccelli, insetti e piccoli mammiferi che interagiscono per il controllo dei parassiti dannosi alle colture.

Ma quali sono i principi e le pratiche di coltivazione che un agricoltore biologico deve fare proprie? Ne abbiamo sintetizzati alcuni poiché ci sarebbe davvero tanto da parlare, quelli che noi riteniamo basici sono:

Seguire rigorose restrizioni nell’uso di fertilizzanti sintetici, pesticidi chimici, antibiotici o altre sostanze non naturali e farci arrivare prodotti sani e non “tossici” in tavola, salvaguardando la vita degli “insetti utili” e a tutti quegli esseri viventi che vivono nel loro habitat naturale;

non coltivare organismi geneticamente modificati (OGM);

adottare la rotazione delle colture per utilizzare in modo efficiente le risorse del terreno e per migliorarne la fertilità;

Sfruttare tutte le risorse che l’azienda e il territorio offrono, come il letame e concimi organici (compost di terra resti vegetali, cenere di legna tutto biodegradabile e non inquinante) e/o mangimi prodotti in azienda, crescere specie animali e vegetali che si adattano perfettamente all’ambiente poiché più resistenti a malattie, o che non vadano a stravolgere il precario equilibrio dell’eco-sistema;

Allevare il bestiame “al pascolo” e nutrirlo con foraggio biologico, rispettando le pratiche di allevamento a seconda delle specie;

Attuare la “pacciamatura” coprendo il terreno con fieno o erba fresca per proteggere le colture dagli sbalzi di temperatura e ostacolare la crescita di erbe infestanti;

Utilizzare il “sovescio”, la semina di piante che fiorite si interreranno per fertilizzare e proteggere il terreno dall’erosione.

E in fatto di normativa?

Dal 1991 l’Unione Europea disciplina l’agricoltura biologica attraverso regole e criteri di coltivazione definiti. Le direttive europee sanciscono il riconoscimento come biologici solo i prodotti sottoposti a controlli attraverso organismi preposti a questo scopo, enti privati che verificano l’applicazione delle direttive UE da parte del produttore, in tutto il ciclo di produzione, dal seme al prodotto finale fino alla sua certificazione in etichetta. Il logo europeo che distingue i prodotti di origine biologica noto come “Euro-leaf” è diventato obbligatorio dal 1° luglio 2010 e, per riceverlo, il prodotto dovrà avere delle caratteristiche specifiche come essere composto dal 95% degli ingredienti biologici, conforme alle regole imposte dal sistema di controllo e certificazione e descrivere l’intera filiera di provenienza: il nome del produttore, del preparatore ed il codice dell’organo di certificazione che ha effettuato il controllo prima della distribuzione e della vendita del prodotto.

Lo sapevate che….

L’Italia è ai primi posti nell’esportazione di prodotti biologici. L’Ispra ha registrato un fatturato di oltre un miliardo di euro l’anno, esattamente un terzo del totale complessivo del fatturato in fatto di biologico italiano.

Nel 2017 in Italia si contavano ben 83.695 operatori di settore e una superficie coltivata con il metodo biologico pari a 1.492.579 ettari e, ogni anno la crescita esponenziale è pari al 2% così come è costante in tutto il mondo, nell’UE la crescita annua è pari al 6%. Il continente con più produzione agricola biologica nel globo è l’Oceania con il 32%, ma l’Europa si è conquistata il secondo posto con il 30%. Sul nostro territorio nazionale le regioni in testa sono la Sicilia (9.660), la Calabria (8.787), la Puglia (6.599) che, insieme, producono bel il 46% della produzione biologica italiana, ma di mese in mese la “conversione” al biologico cresce vertiginosamente anche in altre regioni. Una grande conquista per tutti.