La nostra tavola sempre più bio

La nostra tavola sempre di più BIO

Oramai è chiaro, la nostra tavola è sempre più bio. Se vogliamo parlare di numeri otto consumatori su dieci, in Italia quest’anno, hanno acquistato prodotti biologici. Di questi 8, il 42% compra bio ogni settimana non solo per la salute,  la qualità e la certificazione,  ma perché ritenuto il metodo più rispettoso per l’ambiente. 
I dati sono davvero “freschi di giornata“, comunicati dall’Osservatorio SANA 2018,  sono stati presentati nell’ambito del  Salone internazionale del biologico e del naturale, giunto alla sua trentesima edizione e che si è chiuso questo 10 settembre
Acquistare biologico è, per gli intervistati dall’Osservatorio Sana, ogni giorno di più, “ una scelta consapevole e informata e,1 italiano su 2, stando alla ricerca, predilige i prodotti biologici perché li ritiene “esattamente quelli che voglio”Per il 52% degli intervistati la scelta è dettata da ragioni salutistiche, ma non mancano quelli che mettono al primo posto la garanzia di sicurezza e qualità offerta da questo genere di merci (47%) e quelli che scelgono bio perché ritenuto più rispettoso dell’ambiente (26%)”.
Ma quali sono i prodotti bio che amiamo di più? 
Nel nostro carrello possiamo trovare soprattutto la frutta e la verdura (scelte dal 61% dei consumatori), il latte e i suoi derivati (57%) e le uova (53%). 
Se vogliamo parlare di numeri, l’indagine sui consumatori sottolinea una domanda di prodotti biologici sempre in maggiore crescita, per un totale di 5.612 milioni di euro (+8% rispetto al 2016), 3.552 milioni dei quali riconducibili al solo mercato domestico (+8%, var % 2017 vs 2016).

Nonostante ciò, i soldi pubblici in agricoltura sostengono ancora in modo massiccio l’agricoltura industriale e l’uso dei pesticidi a discapito del biologico che, ad oggi,  copre quasi il 15% delle superfici agricole italiane, a cui viene destinato meno del 3% dei finanziamenti europei e nazionali. 

 
In pratica, molto brutalmente, “chi inquina viene sovvenzionato” come denuncia, a pieni polmoni, il Rapporto “Cambia la Terra. Così l’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre che il Pianeta)” presentato in occasione di SANA 2018. Cambia la terra – No ai pesticidi, sì al biologico è un progetto di informazione e sensibilizzazione fortemente voluto da FederBio con Isde- Medici per l’ambiente, Legambiente, Lipu e WWF. 
Denuncia che “all’agricoltura che usa pesticidi, diserbanti e fertilizzanti sintetici va la quasi totalità delle sovvenzioni: la politica agricola comunitaria sovvenziona per il 97,7% l’agricoltura convenzionale, e se si aggiungono i fondi italiani si ottiene che al biologico, che rappresenta il 14,5% della superficie agricola coltivata del nostro Paese, va il 2,9% delle risorse. “Anche senza tirare in causa i costi consistenti che l’utilizzo della chimica di sintesi e quindi l’inquinamento provocano sulla nostra salute e su quella dell’ambiente – dicono i promotori del Rapporto – è evidente che si tratta di una palese inversione della regola chi inquina paga“.
Se questo rimaneva un po’ indigesto prima che il biologico prendesse piede, oggi davvero non è più tollerabile. Significa  che il cliente “che ha sempre ragione” e comincia  a mettere finalmente e consapevolmente al primo posto per la propria salute e la salute dell’ambiente, non viene ascoltato.
Secondo il Rapporto “la maggior parte delle risorse destinate all’agricoltura viene ancora usata per finanziare il modello agricolo basato sull’uso di concimi e pesticidi di sintesi chimica. In percentuale le risorse dedicate all’agricoltura biologica, seppure in crescita rispetto al passato, sono inferiori alla media che spetterebbe al settore in base alla Superficie Agricola Utilizzata (SAU) biologica.
L’Ufficio Studi della Camera dei Deputati,conta che su 41,5 miliardi di euro destinati all’Italia, all’agricoltura biologica vanno appena 963 milioni di euro. In altri termini, il bio – che rappresenta il 14,5% della superficie agricola utilizzabile – riceve il 2,3% delle risorse europeein termini puramente aritmetici, circa sei volte meno di quanto gli spetterebbe e che è già in proporzione molto poco. Non c’è nessuna differenza se ai dati dei fondi europei sommiamo il cofinanziamento nazionale per l’agricoltura, pari a circa 21 miliardisu un totale di fondi europei e italiani di circa 62,5 miliardi, la parte che va al biologico è di 1,8 miliardi, il 2,9% delle risorse.
E oltre all’inganno anche la beffa, non è il modello agricolo ad alto impatto ambientale a farsi carico della tutela degli ecosistemi con cui interagisce, ma sono gli operatori del biologico a sopportare i costi prodotti dall’inquinamento causato dalla chimica di sintesi e che non sono davvero pochi: sui campi dove non si usa la chimica occorre più lavoro e più impegno e più risorse che attualmente sono quasi totalmente a carico degli agricoltori. I costi di certificazione, burocratici (ancora più alto che per gli agricoltori convenzionali), della maggiore quantità di lavoro necessaria a produrre in maniera efficace e a proteggere il raccolto dai parassiti senza ricorso a concimi di sintesi e diserbanti, nonché i costi della fascia di rispetto tra i campi coltivati con metodo convenzionale e campi coltivati con metodo biologico biologico. 
Se vogliamo metterci il carico da 100, quantificando le ripercussioni sul piano sanitario questi i numeri (da brivido): secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità “nel mondo si contano oltre 26 milioni di casi di avvelenamento da pesticidi all’anno e 258.000 decessi. In pratica 71.232 persone ogni giorno restano intossicate in maniera acuta dai pesticidi e 706 persone muoiono (Prüss et al., 2011) oltre al fatto che, è oramai certificato, l’agricoltura industrializzata che usa chimica di sintesi è sia imputata sia vittima del cambiamento climatico: secondo un rapporto dell’IPCC, il panel di esperti ONU, le anomalie climatiche potranno provocare una riduzione della produttività agricola su scala globale compresa tra il 9 e il 21% da qui al 2050, mentre l’agricoltura viene ritenuta responsabile dell’11% delle emissioni di gas serra a livello globale”.
Mentre l’agricoltura biologica è un importante strumento per la lotta ai cambiamenti climatici grazie al ruolo fondamentale che questa  riveste nel sequestrare anidride carbonica dall’ambiente e nel restituire la fertilità ai suoli combattendo attivamente fenomeni come la desertificazione, l’erosione dei suoli e l’effetto serra, ribadendo con forza, che uno dei primi obiettivi di questa agricoltura è quello di ridare fertilità alla terra
In altre parole,  i dati denunciano che gli italiani e gli europei  pagano per sostenere pratiche agricole che non riconoscono più valide, non appoggiano e rifiutano, consapevoli dei danni sull’ambiente e sulla salute, a partire da quella degli agricoltori stessi. 
Quello che ci colpisce, è che, in un mercato in profondo cambiando che chiede consapevolmente il biologico, questo sistema attraverso i massicci finanziamenti, premi ancora l’agricoltura industriale che avvelena e impoverisce la terra. Sarebbe opportuno, a breve, che si interrompesse il flusso di incentivi all’inquinamento, che rende gli agricoltori italiani, ed europei, nonché i consumatori, vittime di un meccanismo perverso e totalmente scollato dalle realtà.
permacultura-lasporta.it

Il sistema agricolo sostenibile: la permacultura

“Le strategie “dal basso verso l’alto” più rilevanti partono dall’individuo e si sviluppano attraverso l’esempio e l’emulazione fino a generare cambiamenti di massa. La permacultura – per quanto complementare a molti approcci “dall’alto verso il basso” all’interno del movimento ambientalista – non ha come obiettivo principale quello di far pressione su governo e istituzioni per cambiare la politica, ma quello di permettere a individui, famiglie e comunità locali di accentuare la loro autosufficienza e autoregolazione. […] Tale approccio si basa sulla consapevolezza che una parte della società è pronta, disponibile e in grado, sostanzialmente – questo è ancora più significativo – di cambiare il proprio comportamento, se crede che ciò sia possibile e rilevante. Questa minoranza socialmente ed ecologicamente motivata rappresenta la chiave di volta di un cambiamento su larga scala.”

David Holmgren, Permacultura, dallo sfruttamento all’integrazione. Progettare modelli di vita etici, stabili e sostenibili

Se vogliamo conoscere un po’ di più il mondo che ruota intorno all’agricoltura biologica, non possiamo fare a meno di approfondire parlando della “permacoltura”. Questa parola è stata “recuperata” negli anni ’70 da Bill Mollison e David Holmgren per descrivere un sistema integrato ed evolutivo di specie vegetali ed animali auto-perpetuante utili all’uomo. Il concetto infatti era già noto nel 1911, poiché coniato da Franklin Hiram King nel suo libro Farmers of Forty Centuries: Or Permanent Agriculture in Chinr, Korea and Japan.

Permacultura nasce dall’unione di due parole “permanent agriculture” e la sua definizione più corretta può essere così sintetizzata: “terreni progettati coscientemente in modo da riprodurre gli schemi e le relazioni presenti in natura, in grado di produrre abbondanza di cibo, fibre ed energia al fine di provvedere ai bisogni locali” e lo stesso Hiram partiva proprio dalla definizione di un sistema agricolo totalmente autosufficiente sostenibile per un tempo illimitato.
Mollison e Holmgren, recuperando questo sistema, consapevoli che l’uomo non può sopravvivere senza abbracciare un’agricoltura sostenibile e soprattutto una gestione etica della terra, hanno applicato praticamente  la teoria sviluppando diverse scienze ecologiche – attingendo da varie aree di interesse quali architettura, biologia, selvicoltura, agricoltura e zootecnia – aprendo la strada ad orizzonti progettuali innovativi.
In Australia, a partire dal 1974, Mollison e Holmgren cominciano a sviluppare un quadro di riferimento per un sistema agricolo sostenibile, incentrandolo su una policoltura a base di specie arboree perenni, arbusti, specie erbacee, funghi e sistemi radicali. Questo metodo include la progettazione di insediamenti umani che possano ridurre il lavoro necessario per mantenerli, gli scarti e l’inquinamento e contemporaneamente preservare ed  incrementare naturalmente la fertilità dei terreni e la biodiversità.
Questa metodologia di progettazione, che ha compiuto i suoi primi 50 anni,  ha dato e dà,  come risultato,  un ambiente  equilibrato e sostenibile. Applicando i suoi principi e le strategie ecologiche, si è vista la possibilità reale del ripristino dell’equilibrio dei sistemi alla base della vita: dalla conservazione consapevole degli ecosistemi produttivi, nel rispetto della diversità, alla stabilità e alla flessibilità degli ecosistemi naturali. La permacultura, nata come sistema di progettazione del territorio che integra l’uomo con l’ambiente armoniosamente ha, come obiettivo prioritario, la realizzazione di insediamenti duraturi, il più possibile vicini agli ecosistemi naturali, rispettando la morfologia, il clima, il terreno la vegetazione e gli esseri viventi che vi abitano, sviluppando uno stile di vita non predatorio ma volto al sostegno reciproco tra tutti questi elementi.
Il risultato è un sistema di grande valore etico, sostenibile nel tempo, un processo che va ad intaccare strategie economiche e strutture sociali consolidate producendo profondi cambiamenti socio-culturali. ll metodo della permacultura si è diffuso in tutto il mondo a partire dagli anni ottanta, nel 2002 si contavano 100.000 realtà in tutto il mondo. Ancora troppo poche rispetto a ciò che si potrebbe fare forse perché la cultura volta al consumismo è profondamente radicata e forse perché poco incentivata dalle autorità politiche globali e locali.  Nonostante ciò possiamo leggere i risultati di anni di sperimentazione grazie ad una vasta bibliografia che opera al fine di promuovere queste tecniche volte al cambiamento.
L’opera di Mollison e Holmgren può essere così sintetizzata:
La crisi ambientale – è un problema reale e di tali dimensioni che le trasformazioni – in peggio – della civiltà moderna non potranno mancare creando devastanti conseguenze e mettendo in serio pericolo il benessere e la stessa sopravvivenza della popolazione mondiale, in costante aumento.
L’impatto globale sull’ambiente – quello già presente e quello futuro – dato dalla crescita esponenziale della società industriale e della popolazione –  sulla  biodiversità sarà sicuramente molto più vasto e repentino dei cambiamenti registrati negli ultimi secoli.
L’uomo, come ogni altro essere vivente, è soggetto alle stesse leggi scientifiche che governano l’universo materiale e l’evolutive, prime fra tutte quelle relative al bilancio energetico.
Lo sfruttamento dei combustibili fossili  – e il suo probabile esaurimento nel tempo –  è la prima causa della sovrappopolazione mondiale, delle conquiste tecnologiche che governano la società moderna, e nonostante sia difficile prevedere gli sviluppi della società umana successivi all’esaurimento di tali risorse energetiche, è indubbio che i prossimi decenni vedranno il ritorno ai modelli culturali preindustriali più vicini alla natura e a modelli sociali dipendenti da energie e risorse rinnovabili.
Biodiversità-quanto abbiamo perso

Biodiversità… cosa abbiamo perso

L’aumento della produzione agricola e una politica globale profondamente legata ai profitti, nell’ultimo secolo hanno portato a sacrificare razze animali e piante, che nel tempo si sono estinte. La perdita, nella sola agricoltura è stata davvero pesante: il 75% di varietà vegetali preesistenti sono sparite, e ad oggi, tre quarti dell’alimentazione mondiale, è sostenuta da appena 12 specie vegetali e 5 specie animali. Possiamo citare alcuni esempi al fine di far capire la ricchezza in natura inestimabile che abbiamo perso consapevolmente: delle 7100 varietà di mela che crescevano negli Stati Uniti nell’Ottocento, 6800 non si trovano più. Così come il 95% delle 500 varietà di fagioli e l’81% dei più dei 400 tipi di pomodoro. Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, lo sviluppo dell’agricoltura cosiddetta “industriale” ha visto un uso sempre maggiore della chimica per la sintetizzazione di pesticidi indiscriminato, oseremmo dire, che ha portato alla perdita delle capacità di adattamento ai cambiamenti ambientali e alla perdita della biodiversità che prima riusciva a convivere grazie ad una diversa tipologia di coltivazione che non prevedeva nessun metodo invasivo sull’ambiente.

Oggi, l’agricoltura biologica, alla quale ci si approccia sempre di più, salvaguarda, tutela ed incrementa la diversità genetica delle piante e degli animali proprio attraverso tecniche di produzione e gestione aziendale, come l’uso degli artropodi in agricoltura, che hanno come priorità il rispetto di tutto l’eco-sistema restaurando un equilibrio che mantiene in vita molte specie a bassi livelli di densità, al contrario dei moderni prodotti chimici esistenti che, indistintamente, riducono sia gli organismi realmente dannosi alle colture, sia specie innocue, come le api, fondamentali per l’impollinazione. Ma il danno non finisce qui, poiché, ad opera di queste sostanze, a morire non saranno solo i piccoli organismi ma anche tutti quegli animali che fanno parte della catena alimentare superiore, (la cosiddetta catena trofica) come ad esempio gli uccelli insettivori che non trovano cibo e quando lo trovano accumulano veleni e tossine.

L’uso dei pesticidi chimici, un vasto e diversificato gruppo di sostanze – insetticidi, fungicidi, erbicidi, ratticidi, larvicidi, repellenti, disinfettanti – usati al fine di migliorare la resa dei raccolti, oltre a ridurre la biodiversità, ha portato ad un aumento delle specie infestanti e, il suo uso nel tempo, sempre più inefficace. L’aumento della resistenza dei parassiti ai pesticidi induce ad un incremento delle dosi, alla ricerca di nuovi prodotti aumentando i costi per gli agricoltori e i consumatori, solo parlando di api, i costi prodotti dalla mancata impollinazione delle piante tocca quasi il 10% della produzione agricola mondiale, un valore stimato pari a 153 miliardi di euro. Il tasto dolente però rimane quando buttiamo lo sguardo sui costi legati alla salute, dati da intossicazioni acute, manifestazioni patologiche croniche, malformazioni, allergie, immunizzazioni forzate, antibiotici e ormoni propinati inconsapevolmente a cui dobbiamo dare conto. L’alternativa più plausibile dunque rimane l’agricoltura biologica che sfrutta i rapporti di competizione esistenti in natura come ad esempio le coccinelle per la lotta agli afidi. E poi ancora piccoli accorgimenti (magari un po’ più in grande) che sono sempre esistiti e hanno sempre funzionato: l’uso della rotazione delle colture, l’eliminazione di piante infette, l’uso di pesticidi non tossici naturali selettivi. Infine, semplicemente seguire i ritmi naturali come si è sempre fatto. Ritornare sui nostri passi e riconsiderare vecchie tecniche rimane, la risposta più giusta per un’eco-sistema già perfetto in natura che dobbiamo ricominciare a rispettare.

Agricoltura-biologica-cos'è-lasporta

In parole povere l’agricoltura biologica cos’è?

In vertiginosa crescita negli ultimi anni, ad oggi, l’agricoltura biologica viene considerata un modello equilibrato per lo sviluppo delle coltivazioni, fondamentale nella lotta ai cambiamenti climatici e per la riduzione sull’impatto antropogenico, oltre che un modo per mangiare sano. Lavorare la terra scegliendo l’agricoltura biologica è, come per chi consuma prodotti biologici, una vera e propria “scelta per la vita”, una filosofia che recupera spesso tecniche antiche e collaudatissime poco invasive per l’ambiente e per la salute.

Ma cosa la distingue dall’agricoltura che noi conosciamo?

La trasparenza di tutti i cicli della filiera di produzione agroalimentare bio che dànno modo al consumatore di essere più consapevole coinvolgendolo “dal basso” ad un cambiamento etico nei confronti dei consumi. In questi ultimi anni il consumatore è diventato un soggetto attivo che produce “grandi” cambiamenti etici nel mercato grazie alle proprie scelte di acquisto. Molte aziende si convertono perché le persone prendono coscienza sempre di più che siamo ciò che mangiano soprattutto in un contesto globale in cui il rispetto dell’ambiente è divenuto prioritario.

L’azienda agricola biologica, facendo propria questa filosofia, è un vero e proprio microcosmo che opera a ciclo chiuso e dunque una macchina perfetta che viaggia solo grazie alle sue molteplici risorse. Nulla è dato dal caso e ogni elemento che ne fa parte mantiene salda la relazione con l’habitat che lo circonda, al fine di permettere la sopravvivenza di uccelli, insetti e piccoli mammiferi che interagiscono per il controllo dei parassiti dannosi alle colture.

Ma quali sono i principi e le pratiche di coltivazione che un agricoltore biologico deve fare proprie? Ne abbiamo sintetizzati alcuni poiché ci sarebbe davvero tanto da parlare, quelli che noi riteniamo basici sono:

Seguire rigorose restrizioni nell’uso di fertilizzanti sintetici, pesticidi chimici, antibiotici o altre sostanze non naturali e farci arrivare prodotti sani e non “tossici” in tavola, salvaguardando la vita degli “insetti utili” e a tutti quegli esseri viventi che vivono nel loro habitat naturale;

non coltivare organismi geneticamente modificati (OGM);

adottare la rotazione delle colture per utilizzare in modo efficiente le risorse del terreno e per migliorarne la fertilità;

Sfruttare tutte le risorse che l’azienda e il territorio offrono, come il letame e concimi organici (compost di terra resti vegetali, cenere di legna tutto biodegradabile e non inquinante) e/o mangimi prodotti in azienda, crescere specie animali e vegetali che si adattano perfettamente all’ambiente poiché più resistenti a malattie, o che non vadano a stravolgere il precario equilibrio dell’eco-sistema;

Allevare il bestiame “al pascolo” e nutrirlo con foraggio biologico, rispettando le pratiche di allevamento a seconda delle specie;

Attuare la “pacciamatura” coprendo il terreno con fieno o erba fresca per proteggere le colture dagli sbalzi di temperatura e ostacolare la crescita di erbe infestanti;

Utilizzare il “sovescio”, la semina di piante che fiorite si interreranno per fertilizzare e proteggere il terreno dall’erosione.

E in fatto di normativa?

Dal 1991 l’Unione Europea disciplina l’agricoltura biologica attraverso regole e criteri di coltivazione definiti. Le direttive europee sanciscono il riconoscimento come biologici solo i prodotti sottoposti a controlli attraverso organismi preposti a questo scopo, enti privati che verificano l’applicazione delle direttive UE da parte del produttore, in tutto il ciclo di produzione, dal seme al prodotto finale fino alla sua certificazione in etichetta. Il logo europeo che distingue i prodotti di origine biologica noto come “Euro-leaf” è diventato obbligatorio dal 1° luglio 2010 e, per riceverlo, il prodotto dovrà avere delle caratteristiche specifiche come essere composto dal 95% degli ingredienti biologici, conforme alle regole imposte dal sistema di controllo e certificazione e descrivere l’intera filiera di provenienza: il nome del produttore, del preparatore ed il codice dell’organo di certificazione che ha effettuato il controllo prima della distribuzione e della vendita del prodotto.

Lo sapevate che….

L’Italia è ai primi posti nell’esportazione di prodotti biologici. L’Ispra ha registrato un fatturato di oltre un miliardo di euro l’anno, esattamente un terzo del totale complessivo del fatturato in fatto di biologico italiano.

Nel 2017 in Italia si contavano ben 83.695 operatori di settore e una superficie coltivata con il metodo biologico pari a 1.492.579 ettari e, ogni anno la crescita esponenziale è pari al 2% così come è costante in tutto il mondo, nell’UE la crescita annua è pari al 6%. Il continente con più produzione agricola biologica nel globo è l’Oceania con il 32%, ma l’Europa si è conquistata il secondo posto con il 30%. Sul nostro territorio nazionale le regioni in testa sono la Sicilia (9.660), la Calabria (8.787), la Puglia (6.599) che, insieme, producono bel il 46% della produzione biologica italiana, ma di mese in mese la “conversione” al biologico cresce vertiginosamente anche in altre regioni. Una grande conquista per tutti.