Promozione 10% Compagnia del Ravanello

Sei della Compagnia del Ravanello?

Vi chiamiamo tutti a raccolta, il mese di settembre infatti la promozione del 10% è dedicata a voi che acquistate la sPorta da un anno, fedelmente, tutte le settimane.

L’ultima settimana di settembre, (24/28 settembre) potrete acquistare e ricevere i nostri prodotti freschi Bio a casa con il 10% di sconto su tutte le sporte che sceglierete!

La sPorta

(Le promozioni non sono cumulabili)

 

 

 

Promozione del 20%

La nostra promozione del 20%

E’ il tuo primissimo acquisto con La sPorta?
Per rendere dolce il rientro dalle vacanze, abbiamo pensato a una promozione super proprio per te! Sul tuo primo acquisto, per tutto il mese di settembre, il 20% di sconto che scegliate la sporta grande o piccola a sorpresa o la sporta fai da te!
Prova subito la spesa bio comodamente a casa tua
La sPorta!
(le promozioni non sono cumulabili)
Focaccia dolce all'uva

Focaccia dolce all’uva 

Rispolverando vecchi testi di ricette ci siamo imbattuti nella focaccia dolce all’uva, un ibrido tra il dolce e salato di tradizione contadina. C’è chi dice sia toscana, chi umbra, chi marchigiana, ma la verità è che è davvero una ricetta golosa che non potevamo non inserire tra le nostre proposte. 
 
Ingredienti per una teglia: 500 gr farina 0, 100 gr. di zucchero, 15 gr. di lievito di birra, 250 ml di acqua, 50 gr di burro, 500 gr di uva 
 
Procedimento: disponiamo la farina in una ciotola e mescoliamola con lo zucchero. Facciamo un piccola buca nella farina e, dopo aver sciolto il lievito di birra in un  goccio di acqua tiepida,  versiamolo nel mezzo. 
 
Iniziamo a lavorare l’impasto versiamo l’acqua un poco alla volta e, continuando ad impastare, aggiungiamo il burro ammorbidito. Trasferiamo l’impasto in una spianatoia, infariniamo continuiamo a lavorare per 10 minuti fino a rendere il tutto liscio e omogeneo.
 
Facciamo riposare e lievitare l’impasto per circa due ore in una ciotola coperta da un canovaccio. 
Dopo le due ore di riposo, dividiamo l’impasto in due per ricavarne due rettangoli. In una teglia imburrata stendiamo il primo rettangolo e ricopriamo con i chicchi d’uva, (a cui avremo tolto i semi), uno vicino all’altro, e spolveriamo con lo zucchero. 
 
Prendiamo il secondo rettangolo e andiamo a coprire il primo strato di pasta e uva ripiegando bene  i bordi in modo da unirli e chiuderli.  Aggiungiamo su tutta la superficie, ben allineati un altro strato di  chicchi d’uva e facciamo riposare la focaccia per un’altra ora. 
 
Dopo questa seconda lievitazione, spennelliamo con il burro fuso, spolverizziamo con lo zucchero la focaccia e cuociamo in forno preriscaldato a 200°  per circa 20 minuti. 
 
Tagliamo e chiamiamo tutti a raccolta: la merenda è pronta! 
Insalata di pere noci e gorgonzola

Insalata pere noci e gorgonzola 

Abbiamo ancora tanta voglia d’estate e per questo vi proponiamo un piatto fresco che ce la ricorda: l’Insalata pere noci e gorgonzola.  Semplice e freschissima la possiamo gustare a pranzo, a cena o magari durante una passeggiata fuori porta…. 
 
Insalata pere noci e gorgonzola 
 
Ingredienti: 80 gr di rucola fresca, 80 gr di gorgonzola, 50 gr di noci, 1 pera, 4 cucchiai di aceto balsamico, 1 cucchiaio di miele , olio di oliva extravergine, sale q.b.
 
Procedimento: versiamo in un pentolino l’aceto balsamico e il miele e facciamolo cuocere a fiamma molto bassa per cinque minuti fino ad addensare l’aceto. 
 
Laviamo la rucola e asciughiamola quindi condiamola con l’olio e il sale.
 
Laviamo e tagliamo le pere a dadini senza togliere la buccia e tagliamo a dadini anche il gorgonzola mentre triteremo i gherigli di noce. ora, uniamo il tutto alla rucola. 
 
Ora versiamo l’aceto balsamico e il miele glassati e mescoliamo delicatamente.
 
Possiamo portare in tavola e servire l’insalata su pane tostato… 
La nostra tavola sempre più bio

La nostra tavola sempre di più BIO

Oramai è chiaro, la nostra tavola è sempre più bio. Se vogliamo parlare di numeri otto consumatori su dieci, in Italia quest’anno, hanno acquistato prodotti biologici. Di questi 8, il 42% compra bio ogni settimana non solo per la salute,  la qualità e la certificazione,  ma perché ritenuto il metodo più rispettoso per l’ambiente. 
I dati sono davvero “freschi di giornata“, comunicati dall’Osservatorio SANA 2018,  sono stati presentati nell’ambito del  Salone internazionale del biologico e del naturale, giunto alla sua trentesima edizione e che si è chiuso questo 10 settembre
Acquistare biologico è, per gli intervistati dall’Osservatorio Sana, ogni giorno di più, “ una scelta consapevole e informata e,1 italiano su 2, stando alla ricerca, predilige i prodotti biologici perché li ritiene “esattamente quelli che voglio”Per il 52% degli intervistati la scelta è dettata da ragioni salutistiche, ma non mancano quelli che mettono al primo posto la garanzia di sicurezza e qualità offerta da questo genere di merci (47%) e quelli che scelgono bio perché ritenuto più rispettoso dell’ambiente (26%)”.
Ma quali sono i prodotti bio che amiamo di più? 
Nel nostro carrello possiamo trovare soprattutto la frutta e la verdura (scelte dal 61% dei consumatori), il latte e i suoi derivati (57%) e le uova (53%). 
Se vogliamo parlare di numeri, l’indagine sui consumatori sottolinea una domanda di prodotti biologici sempre in maggiore crescita, per un totale di 5.612 milioni di euro (+8% rispetto al 2016), 3.552 milioni dei quali riconducibili al solo mercato domestico (+8%, var % 2017 vs 2016).

Nonostante ciò, i soldi pubblici in agricoltura sostengono ancora in modo massiccio l’agricoltura industriale e l’uso dei pesticidi a discapito del biologico che, ad oggi,  copre quasi il 15% delle superfici agricole italiane, a cui viene destinato meno del 3% dei finanziamenti europei e nazionali. 

 
In pratica, molto brutalmente, “chi inquina viene sovvenzionato” come denuncia, a pieni polmoni, il Rapporto “Cambia la Terra. Così l’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre che il Pianeta)” presentato in occasione di SANA 2018. Cambia la terra – No ai pesticidi, sì al biologico è un progetto di informazione e sensibilizzazione fortemente voluto da FederBio con Isde- Medici per l’ambiente, Legambiente, Lipu e WWF. 
Denuncia che “all’agricoltura che usa pesticidi, diserbanti e fertilizzanti sintetici va la quasi totalità delle sovvenzioni: la politica agricola comunitaria sovvenziona per il 97,7% l’agricoltura convenzionale, e se si aggiungono i fondi italiani si ottiene che al biologico, che rappresenta il 14,5% della superficie agricola coltivata del nostro Paese, va il 2,9% delle risorse. “Anche senza tirare in causa i costi consistenti che l’utilizzo della chimica di sintesi e quindi l’inquinamento provocano sulla nostra salute e su quella dell’ambiente – dicono i promotori del Rapporto – è evidente che si tratta di una palese inversione della regola chi inquina paga“.
Se questo rimaneva un po’ indigesto prima che il biologico prendesse piede, oggi davvero non è più tollerabile. Significa  che il cliente “che ha sempre ragione” e comincia  a mettere finalmente e consapevolmente al primo posto per la propria salute e la salute dell’ambiente, non viene ascoltato.
Secondo il Rapporto “la maggior parte delle risorse destinate all’agricoltura viene ancora usata per finanziare il modello agricolo basato sull’uso di concimi e pesticidi di sintesi chimica. In percentuale le risorse dedicate all’agricoltura biologica, seppure in crescita rispetto al passato, sono inferiori alla media che spetterebbe al settore in base alla Superficie Agricola Utilizzata (SAU) biologica.
L’Ufficio Studi della Camera dei Deputati,conta che su 41,5 miliardi di euro destinati all’Italia, all’agricoltura biologica vanno appena 963 milioni di euro. In altri termini, il bio – che rappresenta il 14,5% della superficie agricola utilizzabile – riceve il 2,3% delle risorse europeein termini puramente aritmetici, circa sei volte meno di quanto gli spetterebbe e che è già in proporzione molto poco. Non c’è nessuna differenza se ai dati dei fondi europei sommiamo il cofinanziamento nazionale per l’agricoltura, pari a circa 21 miliardisu un totale di fondi europei e italiani di circa 62,5 miliardi, la parte che va al biologico è di 1,8 miliardi, il 2,9% delle risorse.
E oltre all’inganno anche la beffa, non è il modello agricolo ad alto impatto ambientale a farsi carico della tutela degli ecosistemi con cui interagisce, ma sono gli operatori del biologico a sopportare i costi prodotti dall’inquinamento causato dalla chimica di sintesi e che non sono davvero pochi: sui campi dove non si usa la chimica occorre più lavoro e più impegno e più risorse che attualmente sono quasi totalmente a carico degli agricoltori. I costi di certificazione, burocratici (ancora più alto che per gli agricoltori convenzionali), della maggiore quantità di lavoro necessaria a produrre in maniera efficace e a proteggere il raccolto dai parassiti senza ricorso a concimi di sintesi e diserbanti, nonché i costi della fascia di rispetto tra i campi coltivati con metodo convenzionale e campi coltivati con metodo biologico biologico. 
Se vogliamo metterci il carico da 100, quantificando le ripercussioni sul piano sanitario questi i numeri (da brivido): secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità “nel mondo si contano oltre 26 milioni di casi di avvelenamento da pesticidi all’anno e 258.000 decessi. In pratica 71.232 persone ogni giorno restano intossicate in maniera acuta dai pesticidi e 706 persone muoiono (Prüss et al., 2011) oltre al fatto che, è oramai certificato, l’agricoltura industrializzata che usa chimica di sintesi è sia imputata sia vittima del cambiamento climatico: secondo un rapporto dell’IPCC, il panel di esperti ONU, le anomalie climatiche potranno provocare una riduzione della produttività agricola su scala globale compresa tra il 9 e il 21% da qui al 2050, mentre l’agricoltura viene ritenuta responsabile dell’11% delle emissioni di gas serra a livello globale”.
Mentre l’agricoltura biologica è un importante strumento per la lotta ai cambiamenti climatici grazie al ruolo fondamentale che questa  riveste nel sequestrare anidride carbonica dall’ambiente e nel restituire la fertilità ai suoli combattendo attivamente fenomeni come la desertificazione, l’erosione dei suoli e l’effetto serra, ribadendo con forza, che uno dei primi obiettivi di questa agricoltura è quello di ridare fertilità alla terra
In altre parole,  i dati denunciano che gli italiani e gli europei  pagano per sostenere pratiche agricole che non riconoscono più valide, non appoggiano e rifiutano, consapevoli dei danni sull’ambiente e sulla salute, a partire da quella degli agricoltori stessi. 
Quello che ci colpisce, è che, in un mercato in profondo cambiando che chiede consapevolmente il biologico, questo sistema attraverso i massicci finanziamenti, premi ancora l’agricoltura industriale che avvelena e impoverisce la terra. Sarebbe opportuno, a breve, che si interrompesse il flusso di incentivi all’inquinamento, che rende gli agricoltori italiani, ed europei, nonché i consumatori, vittime di un meccanismo perverso e totalmente scollato dalle realtà.
Chusura estiva la sporta

Chiusura estiva

Mancano poche settimane alla nostra chiusura estiva. L’ultima consegna domicilio sarà il 25 luglio  per poi riprendere a settembre.

A tutti buone vacanze!!

La sPorta

crema detergente all'avena

Con l’avena la crema detergente per il viso e il corpo

La crema all’avena è, sin dalla notte dei tempi, un detergente naturale particolarmente delicato e idratante. La vitamine E (antiossidante, idratante e lenitiva) la vitamina K (per la cicatrizzazione e la riduzione delle imperfezioni cutanee), nonché le vitamine del gruppo B (antiossidanti e anti-invecchiamento) e i minerali presenti in questo ingrediente sono davvero preziosi stimolando il rinnovamento della pelle, idratandola e migliorandone la tonicità.

E’ perfetta per chi ha la pelle secca e sensibile ma anche per chi ha la pelle grassa poiché, grazie alla presenza di saponine (sostanze di origine vegetale con azione saponosa), ha un’azione detergente profonda.

Ingredienti e dosi per un lavaggio completo (viso e corpo):

3 cucchiai di farina di avena setacciata, 1 cucchiaino di miele, 2/3 gocce di un olio essenziale a scelta (facoltativo), acqua q.b.

Preparazione e uso: prima di fare la doccia o il bagno, mescoliamo in una ciotola la farina di avena precedentemente setacciata con il miele e un goccio d’acqua. Otterremo una crema densa. Possiamo aggiungere 2/3 gocce di un olio essenziale a scelta per la profumazione.

Raccogliamo una noce di crema detergente nel cavo della mano e strofiniamola sulla pelle bagnata del viso e del corpo, fino a formare un sottile strato. Massaggiamo delicatamente a per alcuni minuti e risciacquiamo con acqua tiepida. La pelle risulterà morbida al tatto e completamente pulita dalle impurità

piadina-ai-grani-antichi

La piadina ai grani antichi

Continuiamo a panificare, per chi volesse rimanere leggero e ha bandito il pane dalla propria dieta, proponiamo una ricetta “alternativa” e meno impegnativa con i grani antichi: la piadina.

Ingredienti:  200 gr di farina tipo 1 di grani antichi, 100 ml di acqua calda, 35 gr di olivo extravergine di oliva, 2 cucchiai di semi di sesamo, qualche rametto di rosmarino, 1 cucchiaino di paprika, 1 cucchiaino di sale

Preparazione: Tostiamo in una padella i semi di sesamo a fiamma molto bassa. Lasciamo raffreddare. Riduciamo in pezzetti il rosmarino. Mescoliamo in una ciotola la farina con la paprika, il rosmarino, i semi di sesamo tostati e sale quanto basta. Aggiungiamo l’olio e l’acqua calda e lavoriamo la pasta per 10/15 minuti  con movimenti dal basso verso l’alto, ripiegando la pasta su se stessa in modo da incorporare aria.

A lavorazione terminata formiamo una sfera, la ungiamo con un filo d’olio e, coperta, in una ciotola, la lasciamo riposare per circa mezz’ora. Finito il tempo di riposo, dividiamo la pasta in quattro parti. Spolveriamo la spianatoia di farina e, lavorando di mattarello, creiamo piadine tonde molto sottili.

Riscaldiamo una padella piatta e adagiamo delicatamente la piadina lasciandola cuocere per pochi minuti, quando la piadina comincerà a fare le bolle e si staccherà la possiamo girare. Se non la vogliamo croccante ma morbida per poterla farcire, non lasciamola sul fuoco troppo a lungo. Ripetiamo la stessa operazione per le altre piadine. Per la farcia possiamo sbizzarrirci! Ottime, verdure verdi stufate, pomodorini, formaggi  e quant’altro…

Ma per tutti buon appetito da La sPorta

Pane-grano-antico-senatore-capelli

Pane al grano antico Senatore Capelli

Protagonista della nostra tavola – non si può fare mai senza   –  è il pane.  Ed è per questo che vi proponiamo una ricetta non facile da realizzare, ma che ci darà tanta soddisfazione: ancora di più se lo prepareremo con la semola Senatore Capelli, un grano antico delle nostre terre. Per riappropriarci dei nostri saperi più antichi. Per chi è alla ricerca dei sapori perduti, forti tanto da non essere facilmente dimenticati, sollecitiamo i nostri ricordi d’infanzia con il gusto e l’olfatto veri conduttori della memoria …

Ingredienti per due pagnotte di circa 500 gr. : 150 g di pasta madre rinfrescata, 500 g di semola di Senatore Cappelli, 300 ml di acqua, un pizzico di sale marino

Procedimento: abbiamo rinfrescato la nostra pasta madre che ci servirà per il nostro pane? Prendiamone circa 150 g e mettiamola in una ciotola, la sciogliamo nell’acqua aggiungendo la semola Senatore Capelli e un pizzico di sale. Impastiamo finché non otteniamo un’amalgama elastica ed omogenea.

Copriamola con un canovaccio e facciamo lievitare a temperatura ambiente per 4-5 ore.

Trascorse le 5 ore di rito, poniamo l’impasto su un tagliere infarinato e formiamo due pagnotte che disporremo su una teglia con carta da forno per lasciarle riposare per altre due ore.

Accendiamo il forno e portiamolo a 250°C, inforniamo dopo aver inciso una X sulla superficie delle pagnotte. Cuociamo per 10 minuti e poi abbassiamo la temperatura a 200°C, continuando la cottura per altri 25-30 minuti.

Quando il profumo invaderà la casa, e le pagnotte avranno un colore dorato e appetitoso, sarà pronto per gustarlo

Buon appetito da la sPorta!

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I sapori della nostra terra: i grani antichi

Quando acquistiamo la farina, generalmente prendiamo quella di grano tenero, la bianca tipo 0 o 00, per intenderci. Non tutti sanno però che, per poterla produrre su larga scala, il grano da cui si ricava è stato selezionato e modificato negli anni e questo lo ha reso molto povero sul lato nutrizionale.

Ecco che, riscoprire i grani antichi può essere un’alternativa molto valida da portare in tavola per mangiare meglio e riconquistare i valori nutritivi perduti. Le loro spighe solo alte con sfumature scure e chicchi irregolari. Non vengono lavorate a livello intensivo e tutto ciò giustifica anche un prezzo di vendita più alto, a fronte però di un prodotto più sano e genuino.

Un plauso va a a chi ha scelto di produrre questi prodotti affrontando i colossi del mercato, la riscoperta dei grani antichi è merito di piccoli produttori agricoli che ogni giorno affrontano la concorrenza e scelgono si produrre grani d’eccellenza anche se spesso non conviene loro. Come Davide contro Golia, chi li produce è consapevole che, oltre alla vendita c’è molto di più: dare al consumatore la certezza di qualità oltre che tutelare la storia, la cultura e la biodiversità del nostro territorio che altrimenti andrebbero a scomparire. Acquistare grani antichi è un ottimo metodo per scegliere la filiera corta e conoscerne la provenienza.  Ovviamente, data la varietà dei grani antichi, è consigliabile prediligere e acquistare quelli tipici del proprio territorio.

Il Senatore Cappelli,  la Tumminia, il Grano Monococco, il Gentil Rosso, il Saragolla, la Verna, il Biancolilla, il Bidì, il Rieti, il Maiorca, il Persacci e il Russello,  soltanto per citarne alcuni, sono i baluardi delle tradizioni alimentari italiane, vengono infatti prodotti localmente e ogni terra ha la sua cultura e il suo grano da sempre.

I grani antichi non sono di facile reperibilità. Si trovano nei negozi di alimentazione biologica – o via e-commerce, nei mercati contadini e artigianali, o sono direttamente acquistabili nelle aziende agricole su territorio. La mancanza di modificazioni è il motivo principe per cui bisognerebbe consumarli più spesso, rendono meno e perciò sono un po’ più cari sul mercato, ma il prodotto risulta essere più sano e genuino. La loro lavorazione rimane quella di un tempo con la macina in pietra, la farina prodotta è meno raffinata e si presenta semi-integrale. I grani antichi, a differenza dei prodotti modificati, hanno un rapporto più equilibrato di amido e glutine e quest’ultimo si presenta nei chicchi in percentuale minore rispetto ai prodotti modificati rendendoli  più digeribili e assimilabili rispetto agli industriali. Si differenziano anche nel sapore e nel profumo più intenso. Consumando grani antichi, variando la propria dieta con cereali senza glutine, si scongiura o quanto meno si allontana, la possibilità di sviluppare intolleranza al glutine. Purtroppo, dobbiamo sfatare un mito: i celiaci, così come non possono consumare grano modificato e lavorato, non possono neppure inserire grani antichi nella propria alimentazione.

5 ottime ragioni per consumare grani antichi:

Non hanno subito alterazioni: in passato i contadini sceglievano di anno in anno il grano migliore per poi coltivarlo l’anno seguente. Questo approccio è stato ripristinato da chi sceglie oggi la coltivazione dei grani antichi, sono dei veri e propri “custodi” che seminano queste rarità botaniche dedicando una parte dei loro terreni impegnandosi nella ricerca storica e a mantenere la purezza del seme. La riscoperta dei grani antichi è merito dunque dei piccoli agricoltori che scelgono di affrontare la concorrenza del grande mercato anche se spesso non gli conviene per l’amore della tradizione e la qualità.

Sono meno raffinati, più digeribili e pregiati: i grani antichi vengono lavorati con la macina a pietra, la farina dunque è anch’essa meno raffinata rispetto al procedimento industriale e, nell’intera filiera di produzione, la qualità risulta migliore e più pregiata. Semi-integrali, dal colore, sapore e profumo più intensi, sono molto più digeribili e assimilabili poiché mantengono un rapporto equilibrato tra amido e glutine a differenza del grano moderno che, nelle sue molteplici manipolazioni, ha moltiplicato la presenza di glutine nelle farine lavorate.

Limitano le intolleranze: negli ultimi anni si è riscontrata una crescita di sensibilità al glutine probabilmente dovuta ad un consumo eccessivo di questa proteina. Variando la dieta con cereali senza glutine si allontana la possibilità di sviluppare intolleranze. I celiaci purtroppo non potranno consumare  prodotti derivati dai grani antichi, come per il grano moderno, la presenza di glutine è sicuramente minore ma è comunque presente.

Sostengono la filiera corta: acquistare grani antichi significa scegliere la filiera corta e sapere la provenienza del prodotto prediligendo la varietà presente sul proprio territorio.

Tutelano la biodiversità: la varietà e mescolanza, nel coltivare i grani antichi,  innescano una selezione naturale che fortifica le spighe senza aiuti chimici, si adatta alle condizioni ambientali, all’esposizione e alla composizione del terreno. Il loro recupero è nato dall’esigenza di salvaguardare le nostre tradizioni, il nostro paesaggio, nonché arricchire la biodiversità di un’agricoltura che negli ultimi decenni ha ridotto a poche specie il frumento nel Bel Paese (come ad esempio in Sicilia, uno dei granai dell’Impero Romano) nonché i semi che, per i costi di produzione più elevati a fronte di una resa più bassa, rischiano di scomparire per sempre con la nostra storia.