Cambiamenti climatici

Allarme clima cosa possiamo fare ora

Nelle ultime due settimane si è parlato, forse ancora troppo poco, del “Summary for policymakers” redatto dalla Ipcc (la Commissione Onu sul cambiamento climatico) durante il meeting di Incheon nella Corea del Sud e pubblicato online l’8 ottobre scorso. Trenta pagine che denunciano la catastrofe nei prossimi dodici anni se la popolazione mondiale non cambierà radicalmente la politica dei propri governi e continuerà a sottovalutare l’allarme. Sembra la sceneggiatura un film di categoria B in cui, i protagonisti, si trovano a mettere riparo alla cecità di anni di distrazione e di mal gestione delle risorse. Tre anni prima molti governi firmano l’Accordo di Parigi chiedendo all’IPCC di lavorare sul rapporto sugli impatti di un riscaldamento a +1,5 e sui livelli di emissioni di gas serra al fine di avere delle risposte reali sul futuro prossimo della terra per supportare le politiche sul cambiamento climatico, tre anni dopo, a ricerca conclusa, il mondo si divide in due: tra chi cerca disperatamente delle alternative e chi nega la realtà spingendo ancora su politiche che portano all’inesorabile devastazione. Di fatto, il finale se vogliamo abbia un happy end può essere riscritto solo da tutti gli sceneggiatori del mondo – l’intera popolazione mondiale – facendo marcia indietro e anticipando velocemente al fine di riportare e mantenere il clima entro 1,5 e stare dentro i 2 gradi sapendo che, già oggi, le temperature medie sono salite di 1 grado rispetto ai livelli pre-industriali.
 
Per arrivare al rapporto ci sono voluti ben due anni di lavoro svolti da 91 ricercatori provenienti da 44 Paesi, che hanno esaminato a loro volta oltre seimila studi di fattibilità – impatti e costi – e valutato 42mila recensioni di colleghi e governi. Per mantenere il clima entro l’1,5 grado,  lo studio propone a gran voce le misure urgenti da attuare subito quali il taglio di emissioni da un lato e la rimozione della CO2 dall’altro indicando le azioni reali da adottare per non superare la soglia. Per il taglio di emissioni sono contemplati il passaggio repentino alle energie rinnovabili e ai veicoli elettrici, l’efficienza energetica, il riciclo rifiuti e la riduzione del consumo di carne, per combattere l’aumento delle temperature i paesi dovranno tagliare radicalmente le emissioni – rispetto il 2010 – ben del 45% entro il 2030 e ridurle a zero entro il 2050 tramite azioni quali la riforestazione, l’applicazione della tecnologia chiamata “bio-energy with carbon capture and storage” che prevede la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica in eccesso nell’atmosfera.
 
I governi dunque sono chiamati ad operare attivamente al cambiamento e noi cosa possiamo fare dal basso? Ricordarci che “nel nostro piccolo” possiamo chiedere attivamente con la nostra presenza a chi ci governa di considerare necessarie e urgenti le azioni proposte e contribuire al cambiamento adottando le giuste pratiche e uno stile di vita più sano già da ora. Possiamo scegliere cosa acquistare e quanto consumare, cambiare la nostra percezione del mondo da chiuso e individualista a un tutto organico da cui non ci si può sottrarre o nascondere. Le grandi migrazioni al centro del dibattito politico odierno ad esempio non sono solo il prodotto di alterazioni dei quadri politici delle singole nazioni di provenienza – comunque provocate dall’uomo negli ultimi secoli – ma sempre più spesso, dagli effetti del cambiamento climatico che hanno provocato siccità, carestie ed epidemie e che– come ha stimato l’Organizzazione Metereologica Mondiale nel 2016 – hanno portato ben 23 milioni di persone ad abbandonare la loro terra. L’idea che i problemi climatici non ci appartengano è solo un’illusione: nel 2018 ondate di calore hanno colpito il Giappone, il Canada e la Svezia, senza contare le catastrofi sempre più presenti nel nostro paese, la siccità della scorsa estate così come le inondazioni sempre più presenti e devastanti nel nostro paese. Il cambiamento climatico repentino è un monito per cambiare radicalmente il nostro approccio con la vita del pianeta e le sue risorse, quello che ci sta chiedendo il nostro pianeta è rispetto, se non lo recuperiamo assisteremo alla nostra estinzione e questo, purtroppo, non è un film ma il nostro presente.
La nostra tavola sempre più bio

La nostra tavola sempre di più BIO

Oramai è chiaro, la nostra tavola è sempre più bio. Se vogliamo parlare di numeri otto consumatori su dieci, in Italia quest’anno, hanno acquistato prodotti biologici. Di questi 8, il 42% compra bio ogni settimana non solo per la salute,  la qualità e la certificazione,  ma perché ritenuto il metodo più rispettoso per l’ambiente. 
I dati sono davvero “freschi di giornata“, comunicati dall’Osservatorio SANA 2018,  sono stati presentati nell’ambito del  Salone internazionale del biologico e del naturale, giunto alla sua trentesima edizione e che si è chiuso questo 10 settembre
Acquistare biologico è, per gli intervistati dall’Osservatorio Sana, ogni giorno di più, “ una scelta consapevole e informata e,1 italiano su 2, stando alla ricerca, predilige i prodotti biologici perché li ritiene “esattamente quelli che voglio”Per il 52% degli intervistati la scelta è dettata da ragioni salutistiche, ma non mancano quelli che mettono al primo posto la garanzia di sicurezza e qualità offerta da questo genere di merci (47%) e quelli che scelgono bio perché ritenuto più rispettoso dell’ambiente (26%)”.
Ma quali sono i prodotti bio che amiamo di più? 
Nel nostro carrello possiamo trovare soprattutto la frutta e la verdura (scelte dal 61% dei consumatori), il latte e i suoi derivati (57%) e le uova (53%). 
Se vogliamo parlare di numeri, l’indagine sui consumatori sottolinea una domanda di prodotti biologici sempre in maggiore crescita, per un totale di 5.612 milioni di euro (+8% rispetto al 2016), 3.552 milioni dei quali riconducibili al solo mercato domestico (+8%, var % 2017 vs 2016).

Nonostante ciò, i soldi pubblici in agricoltura sostengono ancora in modo massiccio l’agricoltura industriale e l’uso dei pesticidi a discapito del biologico che, ad oggi,  copre quasi il 15% delle superfici agricole italiane, a cui viene destinato meno del 3% dei finanziamenti europei e nazionali. 

 
In pratica, molto brutalmente, “chi inquina viene sovvenzionato” come denuncia, a pieni polmoni, il Rapporto “Cambia la Terra. Così l’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre che il Pianeta)” presentato in occasione di SANA 2018. Cambia la terra – No ai pesticidi, sì al biologico è un progetto di informazione e sensibilizzazione fortemente voluto da FederBio con Isde- Medici per l’ambiente, Legambiente, Lipu e WWF. 
Denuncia che “all’agricoltura che usa pesticidi, diserbanti e fertilizzanti sintetici va la quasi totalità delle sovvenzioni: la politica agricola comunitaria sovvenziona per il 97,7% l’agricoltura convenzionale, e se si aggiungono i fondi italiani si ottiene che al biologico, che rappresenta il 14,5% della superficie agricola coltivata del nostro Paese, va il 2,9% delle risorse. “Anche senza tirare in causa i costi consistenti che l’utilizzo della chimica di sintesi e quindi l’inquinamento provocano sulla nostra salute e su quella dell’ambiente – dicono i promotori del Rapporto – è evidente che si tratta di una palese inversione della regola chi inquina paga“.
Se questo rimaneva un po’ indigesto prima che il biologico prendesse piede, oggi davvero non è più tollerabile. Significa  che il cliente “che ha sempre ragione” e comincia  a mettere finalmente e consapevolmente al primo posto per la propria salute e la salute dell’ambiente, non viene ascoltato.
Secondo il Rapporto “la maggior parte delle risorse destinate all’agricoltura viene ancora usata per finanziare il modello agricolo basato sull’uso di concimi e pesticidi di sintesi chimica. In percentuale le risorse dedicate all’agricoltura biologica, seppure in crescita rispetto al passato, sono inferiori alla media che spetterebbe al settore in base alla Superficie Agricola Utilizzata (SAU) biologica.
L’Ufficio Studi della Camera dei Deputati,conta che su 41,5 miliardi di euro destinati all’Italia, all’agricoltura biologica vanno appena 963 milioni di euro. In altri termini, il bio – che rappresenta il 14,5% della superficie agricola utilizzabile – riceve il 2,3% delle risorse europeein termini puramente aritmetici, circa sei volte meno di quanto gli spetterebbe e che è già in proporzione molto poco. Non c’è nessuna differenza se ai dati dei fondi europei sommiamo il cofinanziamento nazionale per l’agricoltura, pari a circa 21 miliardisu un totale di fondi europei e italiani di circa 62,5 miliardi, la parte che va al biologico è di 1,8 miliardi, il 2,9% delle risorse.
E oltre all’inganno anche la beffa, non è il modello agricolo ad alto impatto ambientale a farsi carico della tutela degli ecosistemi con cui interagisce, ma sono gli operatori del biologico a sopportare i costi prodotti dall’inquinamento causato dalla chimica di sintesi e che non sono davvero pochi: sui campi dove non si usa la chimica occorre più lavoro e più impegno e più risorse che attualmente sono quasi totalmente a carico degli agricoltori. I costi di certificazione, burocratici (ancora più alto che per gli agricoltori convenzionali), della maggiore quantità di lavoro necessaria a produrre in maniera efficace e a proteggere il raccolto dai parassiti senza ricorso a concimi di sintesi e diserbanti, nonché i costi della fascia di rispetto tra i campi coltivati con metodo convenzionale e campi coltivati con metodo biologico biologico. 
Se vogliamo metterci il carico da 100, quantificando le ripercussioni sul piano sanitario questi i numeri (da brivido): secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità “nel mondo si contano oltre 26 milioni di casi di avvelenamento da pesticidi all’anno e 258.000 decessi. In pratica 71.232 persone ogni giorno restano intossicate in maniera acuta dai pesticidi e 706 persone muoiono (Prüss et al., 2011) oltre al fatto che, è oramai certificato, l’agricoltura industrializzata che usa chimica di sintesi è sia imputata sia vittima del cambiamento climatico: secondo un rapporto dell’IPCC, il panel di esperti ONU, le anomalie climatiche potranno provocare una riduzione della produttività agricola su scala globale compresa tra il 9 e il 21% da qui al 2050, mentre l’agricoltura viene ritenuta responsabile dell’11% delle emissioni di gas serra a livello globale”.
Mentre l’agricoltura biologica è un importante strumento per la lotta ai cambiamenti climatici grazie al ruolo fondamentale che questa  riveste nel sequestrare anidride carbonica dall’ambiente e nel restituire la fertilità ai suoli combattendo attivamente fenomeni come la desertificazione, l’erosione dei suoli e l’effetto serra, ribadendo con forza, che uno dei primi obiettivi di questa agricoltura è quello di ridare fertilità alla terra
In altre parole,  i dati denunciano che gli italiani e gli europei  pagano per sostenere pratiche agricole che non riconoscono più valide, non appoggiano e rifiutano, consapevoli dei danni sull’ambiente e sulla salute, a partire da quella degli agricoltori stessi. 
Quello che ci colpisce, è che, in un mercato in profondo cambiando che chiede consapevolmente il biologico, questo sistema attraverso i massicci finanziamenti, premi ancora l’agricoltura industriale che avvelena e impoverisce la terra. Sarebbe opportuno, a breve, che si interrompesse il flusso di incentivi all’inquinamento, che rende gli agricoltori italiani, ed europei, nonché i consumatori, vittime di un meccanismo perverso e totalmente scollato dalle realtà.